Speciale Georgia: Mtskheta i luoghi del silenzio

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Mtskheta un ritorno ancestrale ai fasti del passato

La chiesa ortodossa di Jvari . Un luogo mistico che emana rispetto e silenzio e rivaleggia in bellezza con Mtskheta.

Non riesco a trovare più un luogo da contemplare in cui non esistano smartphone e dove possa stare solo con i pensieri. Ambienti magnetici inclini ad un nuovo “umanesimo”, folli e visionari che possono giovare alla mia tormentata serenità interiore.

Il mondo è stato scoperto, rivoltato e snaturato interamente oltre ad essere collegato a potenti reti virtuali, che fungono da poli di attrazione, moderni paralleli che tessono i ritmi della nostra quotidianità. Provo a scovare nella mia mappa ideale un luogo meno battuto, per poter contemplare i misteri della vita tornando indietro a vecchi riti ancestrali.

Mtskheta, antica capitale non lontana da Tbilisi, ha dato fiato a questa innaturale sensazione facendomi volare sulle ali della fantasia.

Dagli ampi e lussureggianti boulevard a Mtskheta

La meravigliosa città di Mtsketa dall’alto in tutta la sua bellezza. Nonostante tutto il paese  è una meta al di fuori di un turismo massificato e mantiene inalterati i suoi lineamenti storici.

Scopro una nuova parte di Tbilisi, meno caotica e signorile con ampi boulevard e costruzioni di stile sovietico. Non più alveari umani, ma il bel tentativo di lasciare una impronta architettonica lungo il bel quartiere.

In ogni città c’è lui, il battistrada della globalizzazione, il protagonista dello junk-food per eccellenza: il McDonalds. Credevo che la Georgia lo avesse accantonato, infatti il centro storico pullula solamente di ristoranti tipici.

Ma lo scovo tra nuovi caseggiati. Sicuramente l’intelligente governo per non distruggere l’economia culinaria della sua Old Town lo ha confinato in periferia, distruggendo parte dello skyline periferico dalla sua caratteristica costruzione razionale in mattoni rossi.

Lascio la capitale alle mie spalle e dopo quasi un’ora di bus arrivo a destinazione facendo amicizia con una signora di origini greche.

E’ nata in Georgia ma residente a Sochi, in Russia è nel suo malandato inglese mi tratteggia la situazione nelle terre contese di Abcasia ed Ossezia, dicendomi che il timbro doganale sul mio passaporto non mi permetterà più di entrare nei due stati irredenti.

Quando scendo passeggio su di un promontorio, dove si erige una chiesa ortodossa di notevole magnetismo facente parte dell’Unesco: Jvari. Mi giro attorno, per rendermi conto di dove io sia e vista la vegetazione del luogo sento di aver lasciato definitivamente l’Europa.

Vecchi simboli autarchici

La Lada, simbolo dell’autarchia sovietica. Un’idea di base giusta che voleva dare l’opportunità a tutti di avere un mezzo, ma che si è dovuto arrendere contro il dinamismo del capitalismo.

Una vecchia e polverosa Lada, si trova vicino ad un asinello attaccato ad un palo e le strane abitudini del suo padrone non lo distolgono dalla sua siesta. La macchina, simbolo dell’automatizzazione sovietica, mi da l’idea di un vecchio cimelio osteggiato con vanto per i turisti, uno dei prodotti in serie della misera standardizzazione voluta dal regime.

Mi chiedo come il Comunismo, nonostante una giusta idea d’uguaglianza avesse voluto azzerare ogni cosa, perfino i sentimenti, sopratutto la tanto professata religione ortodossa, che svolge un ruolo fondamentale nella quotidianità del popolo georgiano.  Livellare tutti per creare una società paritaria ponendo come base la rivoluzione. Cosa è stato ottenuto? Sofferenza.

Il panorama è mozzafiato, i due fiumi, Aragvi e il Kura si abbracciano delicatamente, per poi dividersi con molta naturalezza.

Sembra essere lontani anni luce dalle linee rosse della globalizzazione, quando le guerre si combattevano con archi e frecce, piuttosto che con hacker e consigli di amministrazione.

La chiesa Svetitskhoveli e la leggenda di Elia

Una chiesa che mi ha fatto riassaporare un attimo di pace in un mondo troppo globalizzato. La Georgia è anche questa.

La chiesa Svetitskhoveli è il pezzo forte della giornata, che con la sua rara bellezza attornia come per magia il paesino affastellato su di un dolce pendio.

Mentre mi accingo per entrare dentro le mura fortificate, riesco per un attimo a trovare quella serenità che sento mancare nelle mie giornate. Un attimo, un regalo inatteso che desideravo ardentemente.

Il sogno svanisce al passaggio di un uomo barbuto, vestito di nero, non so come si chiama il prete da queste parti, Mgdveli se non sbaglio. Cammina velocemente e confabula chissà quale salmo.

Lui è il vincente simbolo del riscatto georgiano sullo sconfitto materialismo socialista e reso ancora più forte dal ritorno ad una coscienza spirituale da parte dei suoi concittadini. Un lento martellio durato decenni ma che alla fine ha dato i frutti sperati, riscattando il credo ortodosso.

Il luogo fa presa anche su di un ateo, non solo per le sue meraviglie architettoniche, quanto per le leggende che lo animano.

Si racconta di un uomo di nome Elia, che assistette a Gerusalemme alla crocifissione del Cristo, acquistando da un soldato romano un pezzo della tunica di nostro Signore, per riportarla in patria. La donò a sua sorella, che appena la stinse al petto morì. Dove cadde crebbe un albero, tagliato successivamente per far posto al suo sepolcro visibile nel suo interno. Storie affascinanti di una terra affascinante.

Strano come questa chiesa dedicata alla pace, ospiti tra il perimetro fortificato nicchie per le postazioni d’artiglieria. Simboli contrastanti sintomo delle dure guerre combattute in questa terra.

Ogni facciata è ricoperta da bassorilievi inneggianti alla vite, un simbolo religioso reso celebre dalla forte passione per i vini da parte della nazione caucasica.

I luoghi del silenzio della fantastica Georgia

La religione è l’oppio dei popoli, tuonava il Comunismo. Il comune sentimento religioso ha appianato anni di dipendenza dal materialismo laico, imposto dal regime.

Le donne vestite di nero su di una balconata mi guardano in malo modo. Dovrei comportarmi da pellegrino ma nonostante tutto rimango quello che sono: un turista italiano lontano anni luce dai misteri che aleggiano nella loro pia devozione.

Mi atteggio a qualcosa di diverso dalle masse, ma c’è qualcosa che ancora non comprendo e queste donne dagli sguardi severi, sembrano ammonirmi fulminandomi all’unisono.

Sono troppo occidentalizzato con l’Iphone in bella vista e quasi me ne vergogno, infatti sento di essere lontano dal vero significato dell’assoluto. Ci sto provando ma ho bisogno di una redenzione ascetica.

Stupide, oppure devote donne isolate dal mondo che si adattano alle leggi della natura? Simili alle nostrane Clarisse con ferree regole ecclesiastiche nei confronti di un Dio che non vedono, ma in cui credono ciecamente?

Avranno mai avuto qualche dubbio lontano dagli obblighi del mondo? E se hanno commesso qualcosa d’immorale come si sono giustificate con loro stesse?.

Forse riuscirei a resisterci una settimana, come un eremita in questo enigmatico luogo, ma dopo? Lo stress che imperversa nella mia mente ottusa da anni di piattume tecnologico e borghese ritornerebbe a galla e soffrirei a stare lontano dalla mia vita fatta di crisi, caro vita, tasse e poco amore.

Questa per me è anche la Georgia, un paese che ti pone domande sulla propria esistenza sempre più persa tra le nuove parole amate dai cosiddetti guru della rete: gli influencer.  #Hastag, tag e tweet.

Sinceramente preferisco continuare in solitudine il mio viaggio interiore ripartendo nel calderone delle razze, dalla mia amata Georgia verso la Via della Seta.

 

 

 

 

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4 Responses

  1. Sono un appassionato lettore di Tiziano Terzani ed ho visto che oltre alle intervista con sua moglie, sta raccontando appassionatamente buona parte dell’Asia Centrale.
    Complimenti vivissimi anche per questi articoli, davvero molto empatici.

  2. Grazie per la bella recensione.
    Sicuramente i libri di Terzani sono stati di grande ispirazione, per i miei viaggi in queste terre affascinanti.
    Grazie per la recensione

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