Mamma Ciociaria, identità forte nel cuore d’Italia

Lo strano rumore delle caligae indossate dalle donne del Frusinate spinse i francesi a coniare l’appellativo “ciociaria”. Un vocabolo odioso, nato per schiacciare un’identità complessa dentro una caricatura.
Le somiglianze con l’Abruzzo, la mia terra, sono molte. Ma le immagini che porto con me sono quelle delle sue vette aspre e dure. E quando arrivo ad Atina, la città che gli antichi dicevano fondata da Saturno, le mura ciclopiche, i santuari romani sulle alture e la vegetazione fitta abbassano di qualche grado l’afa litoranea di questa pazza estate.
In piazza incontro il simpatico Quirino Di Paolo, consigliere comunale, e colui che sarà la mia guida per tutta la permanenza: il preparatissimo Luigi Falcone.
Atina è un borgo di ritorno: qui gli emigranti, resi celebri oltralpe grazie alle proprie competenze, tornano per rivivere appieno le loro radici. Tra questi spicca il celebre sarto Marco De Luca.

Il cosmopolitismo è la sua caratteristica principale. Un punto d’unione di lingue e competenze.
Oltre alla sua fortezza, il paese è celebre per la storia complessa che porta con sé e per la fierezza del popolo sannita, capace di infliggere ai Romani la loro prima sconfitta prima di essere assorbito, come testimoniano il museo civico e la Chiesa di Santa Maria Assunta, un gioiello barocco di grande valore architettonico.
E poi Atina Jazz, insieme alle nuove proposte di sentieri per il trekking e percorsi ciclistici, potrebbe aprire porte importanti a un turismo di nicchia, capace comunque di far crescere le presenze.

Dopo aver gustato le pietanze locali nel ristorante “Le Cannardizie“, soggiorno nel lussuoso albergo “Il Palazzo del Senatore“, ricavato da un palazzo storico, una vera scommessa dell’albergatore, che ha scelto di restaurare un edificio di grande qualità architettonica. Il pezzo forte è la sua terrazza: un affaccio unico, che domina un promontorio di rara bellezza.
L’Angelo di Boville Ernica

Nel tardo pomeriggio, proseguiamo il lavoro di promozione del territorio ciociaro, un progetto intenso e ambizioso che richiede visione e continuità. Assieme a Luigi ci dirigiamo a Boville Ernica, dove incontreremo l’assessore Martina Boccioni, per approfondire le linee di sviluppo culturale e turistico del borgo.
Una robusta cinta muraria avvolge la ridente cittadina, custodendone l’identità come un perimetro antico che ancora oggi detta ordine e misura. In piazza c’è aria di festa: le illuminazioni salgono verso il cielo e lo cingono d’assedio, creando un’atmosfera sospesa, quasi teatrale.
Decollare sarà complesso: la luce, la folla, i riflessi. Eppure la facciata di San Pietro Ispanico, con il suo spiccato gusto barocco, merita la ripresa. Accanto, un elemento architettonico di stile diverso si innesta con sorprendente armonia, come se il tempo avesse trovato un modo per far dialogare epoche lontane.
Si racconta che qui vi fosse una meridiana di ottima fattura, testimonianza antica di un tempo misurato con precisione e rispetto.
E da Praga, dopo aver osservato la torre dell’orologio, con gli apostoli che si muovono in tondo come in una piccola processione, mi è tornata addosso una piacevole inquietudine, quasi un sortilegio gentile: la sensazione di non aver sempre apprezzato fino in fondo i molti momenti preziosi della mia esistenza.
Capitale dei sarti, Boville è il luogo in cui filo e ago hanno intrecciato l’ultimo capitolo della storia economica del Paese.

Le sue botteghe, custodi di un mestiere nato per resistere al battito lento del tempo, sono state progressivamente inghiottite da un mondo globale che ha accelerato tutto, anche ciò che richiedeva pazienza, precisione e durata.
L’Angelo di Giotto mi aspetta dentro un’edicola: fermo, teso e vibrante. Non ha nulla di mistico, nulla di decorativo. E’ un custode ancestrale della ricca memoria locale, un guardiano antico incastrato nel presente, con quella sua postura che non concede confidenza. Un gioiello artistico che non chiede interpretazioni: semplicemente esiste, e ti osserva mentre passi.
Pico ciò che potrebbe essere

Pico è uno di quei borghi della Ciociaria capace di sorprendere per la stratificazione della sua storia e per un potenziale turistico e culturale di prim’ordine.
Camminando tra i suoi vicoli e le sue architetture in pietra si respira un’atmosfera autentica, la stessa che ha nutrito la poetica visionaria di Tommaso Landolfi, a cui è dedicato l’omonimo Parco Letterario: un itinerario tra memoria, luoghi d’autore e suggestioni letterarie.
Ma il centro storico custodisce oggi anche una nuova pagina di memoria collettiva: un innovativo spazio museale nato dall’iniziativa di due giovani del territorio che sono “scesi in campo” con un prezioso lavoro di ricerca archeologico-militare.
Il museo ripercorre le vicende della Senger Line, riportando alla luce reperti originali del secondo conflitto mondiale e raccontando i drammatici scontri tra le truppe alleate e quelle tedesche che hanno segnato queste terre.

È la festa di San Rocco ad impreziosire la mia presenza, quando incontro chi intreccia i vimini e assaggio i celebri pani della festa che adornano la processione. Una donna porta sulla testa il suo cesto prezioso per farlo benedire, e da lì i pani intrecciati, decorati da nastri multicolori, rivelano tutta la bellezza di questa tradizione cristiana.
Castro dei Volsci, la bellezza nel dolore.

Castro dei Volsci è la città natia di Nino Manfredi, ma offre molto di più di una rapida visita alla sua casa natale. La statua della Mamma Ciociara fa rivivere con forza quei giorni dolorosi in cui il termine “marocchinate” entrò nel nostro vocabolario tragico, dramma poi immortalato dal cinema di Vittorio De Sica.
È forse il borgo in cui ritrovo meglio i tratti tipici del mio peregrinare: botteghe aperte, mura di pietra aspra e cruda, e prospettive sbilenche tutte da immortalare, prima fra tutte quella dominata dalla celebre Torre dell’Orologio.
Il Lazio ha un patrimonio immenso e non deve ridursi a un museo a cielo aperto in cui scappare solo per un’ora dal tran tran quotidiano.

Bisognerebbe che questi borghi potessero crescere e sviluppare una propria centralità, affrancandosi dall’ombra di Roma, che finisce per fagocitare la quasi totalità dei flussi e degli introiti turistici.
È una responsabilità importante e complessa, ma fondamentale.
Chiunque si faccia voce del territorio, dei suoi valori culturali e della sua memoria storica agisce proprio come Ambassador del patrimonio.
