Natá de los Caballeros, ciò che potrebbe essere davvero.

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Natá de los Caballeros, ciò che potrebbe essere davvero

Preferisco non ripetere. Ci sono paesi che però ti entrano nel cuore, si cuciono addosso e ti fanno sperare in ciò che sarà.

Chi parla di una vittoria della globalizzazione sbaglia amaramente. La globalizzazione ha perso: ha livellato buona parte dell’umanità, abbassando di netto l’asticella economica, ma al contempo, facendo muovere merci e persone, ha dato la possibilità di creare nuove opportunità a paesi come Panama, che prima di questo trentennio non erano così importanti nello scacchiere mondiale, se non per il suo celebre canale.

Panama è costretta a vincere. Ha saputo diversificare con un settore immobiliare ancora non del tutto saturo, le sue gigantesche infrastrutture, spesso non sempre esenti da errori urbanistici, come l’ingegneristica cinta stradale che “circumnavigaCasco Antiguo e un settore bancario che, assieme a Singapore, è divenuto uno dei più importanti hub finanziari.

Non ha saputo però raccogliere una delle più grandi sfide: il turismo. Nonostante le potenzialità, Panama resta una comparsa nel grande scacchiere esotico centro e sudamericano.

La Costa Rica docet.

Alla scoperta di Natá de los Caballeros

È una mia opinione, sbagliata o no: mi considero un “panamense” acquisito. Da tempo “vivo” nella capitale centroamericana e, anno dopo anno, scopro centri importanti come Natá de Los Caballeros.

Natá sta cambiando. Merito di un sindaco sognatore e iperattivo, Hany Agraziel, e di una donna dal grande valore umano, Iztel Vásquez, segretaria generale dell’omonimo comune. Insieme stanno cercando di rimettere in piedi una situazione stagnante e ancora troppo fragile.

(Foto ricordo presso il Municipio di Natá: con la maglia bianca il sindaco Hany Agraziel; al centro la signora Iztel Vásquez, accanto all’architetto Giancarlo Iaconetti; sull’estrema destra l’architetto Marco Iaconetti, insieme a due addetti comunali).

C’è ancora molto da fare, ancora troppo. Natá sembra un paese di confine, una perla che potrebbe divenire un centro storico e archeologico di grande importanza. La sua chiesa, custodisce cimeli e segreti, le sue radici culturali ispanico‑panamensi sono vive e il centro archeologico racconta la civiltà Chibcha, che qui ha brillato per secoli.

Una piazza tipica, con una pensilina retta da pilastri e un piccolo municipio prospiciente ad essa, sono il biglietto da visita di un paesino affascinante. Poi c’è la Basílica Menor de Santiago Apóstol, che ingrandisce la mia presenza e mi sovrasta, con i suoi segreti e la sua storia.

La sua pavimentazione e il suo soffitto ligneo, scuro e antico, emanano un mistero vivo, tangibile: un’epoca post‑conquistadores, quando la Corona spagnola regnava ancora, mentre perdeva forza sotto i colpi della pirateria che assaltò Portobelo e bruciò Panamá Viejo.

Sui lati, quasi nascoste, ci sono le bambole della Trinidad: figure che sembrano uscite da un’altra epoca, con quei volti immobili che osservano tutto in silenzio. Sono oggetti di culto, ma anche frammenti di un sincretismo che in pochi conoscono davvero.

La luce entra da piccole finestre: non illumina, ma accarezza con velata malinconia altari e crocifissi.

È una chiesa che svela i misteri più arcani di questa affascinante terra.

Il centro archeologico la nuova speranza

Natá de los Caballeros conserva un sito archeologico ancora poco conosciuto, situato a breve distanza dall’area urbana. Con investimenti mirati potrebbe diventare, nel breve‑medio periodo, una valida estensione dell’offerta culturale dell’area metropolitana e contribuire a rafforzare la vocazione turistica del Paese.

Nel piccolo museo locale incontriamo il dottor Carlos Mayo, archeologo spagnolo che da anni coordina un’équipe composta da specialisti in scavo, restauro e conservazione.

(La signora è la gentile rappresentante del Comune di Natá, Iztel Vásquez; al centro l’archeologo di punta, Dottor Carlos Mayo, insieme all’architetto Marco Iaconetti; ai lati due addetti comunali del Comune di Natá).

Il parco archeologico documenta una necropoli del Gran Coclé (700–1000 d.C.) estesa per oltre cinque ettari. Gli scavi hanno individuato tombe multiple con corredi di alto rango: denti di giaguaro, lamantino e cervo, elementi marini e manufatti in oro massiccio, tra cui pettorali con la figura dell’uomo‑uccello, simbolo di autorità sciamanica e politica.

Il materiale recuperato rappresenta circa il 10% del potenziale totale. Le evidenze, in continuità con quelle del complesso di El Caño, suggeriscono sepolture rituali e possibili sacrifici, superando l’ipotesi epidemica formulata in passato.

Il sito rientra nell’area culturale chibcha, diffusa dalla Colombia al Nicaragua, nota per l’eccellenza metallurgica. Le stele, ancora allineate, e le grandi tombe mostrano un livello di conservazione elevato.

È in corso la realizzazione di un nuovo museo archeologico, destinato a valorizzare i ritrovamenti e a dare a Natá e alla regione di Coclé un riconoscimento culturale più adeguato..

Natá de los Caballeros, un nuovo piccolo Perù.

Gli intellettuali dicono che il turismo è il peggiore degli investimenti, perché rovina le fondamenta e le radici culturali di un Paese, distruggendo l’antropologia umana.

Concordo: chi più di me, che ama la solitudine e i misteri delle piazze antiche, può confermare questi timori. Ma bisogna essere pragmatici.

In Natá vedo una bella opportunità: conquistare una fetta di un nuovo mercato che potrebbe sanare molte ferite e rimettere in gioco un indotto economico davvero valevole.

Proteggere non significa fermare il tempo, ma guidarlo nella direzione giusta. Natá, oggi, ha finalmente qualcuno che lo sta facendo.

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