Oltre la Casbah: ciò che l’Algeria non dice

Sono affacciato alla finestra del mio hotel e osservo. Lo stile francese domina sulle costruzioni, eredità dei coloni europei, i cosiddetti pieds-noirs, che segnarono il Paese nel tentativo di preservare il proprio status quo.
Noi italiani, “brava gente”, abbiamo perso le colonie subito dopo la Seconda guerra mondiale, e per molti questa pagina storica è un ossimoro privo di fondamento.
In Francia, invece, il ricordo è ancora vivo e brucia. È da quelle radici irrisolte, da quel conflitto mai davvero elaborato, che nasce una frattura profonda: un terreno fertile per tensioni identitarie, per derive radicali, per giovani cresciuti tra due mondi in cui non si riconoscono.
Alcuni vengono risucchiati da ideologie estremiste, realtà responsabili di violenze e attentati, che sfruttano proprio quella ferita aperta.

La dominazione francese è stata lunga e dolorosa, e la rabbia è palpabile negli occhi della mia guida, che porta nello sguardo il peso di storie di fantasmi passati.
La Casbah, rifugio del Fronte di Liberazione Nazionale, fu minata dai paracadutisti durante la celebre Battaglia di Algeri, diventando simbolo di resistenza e memoria collettiva.
L’anticolonialismo italiano

Gli slogan in italiano che sopravvivono sulle facciate dei vecchi edifici, insieme al ricordo del commerciante Giovanni Biccinini, raccontano una pagina poco nota: una fratellanza “anticoloniale” nata dal basso, fatta di gesti quotidiani, di convivenza e di rispetto reciproco.
Tracce di un’Italia minuta ma presente, che in Algeria non fu potenza dominante, ma parte di un tessuto urbano e umano che ha lasciato segni discreti e tenaci.
Me ne accorgo anche dalle scritte sui muri: rosso e verde, in un italiano sorprendentemente perfetto. Parole come resilienza, riscatto, che sembrano prese dal linguaggio sportivo ma che qui evocano qualcosa di più profondo: una resistenza che ancora oggi attraversa l’identità algerina, come un filo teso tra passato e presente.

Sono storie di ecosistemi condivisi che ritrovo nella moschea più grande d’Africa, terza al mondo dopo La Mecca e Medina.
Storie di Islam, certo, ma soprattutto di una gentilezza pura, disarmante, offerta senza chiedere nulla in cambio.
Dopo tante lotte, capisco anche quella timidezza che attraversa questo popolo. Non è chiusura: è memoria.
È il timore che il turismo arrivi come un’altra forma di dominazione, fatta di influencer e tiktoker che consumano i luoghi senza ascoltarli, che trasformano il dolore in scenografia, che confondono la storia con un overtourism senza radici.
L’Algeria teme questo, e lo capisco: è un mondo che si regge su ferite antiche, e non vuole essere travolto da chi non sa riconoscerle.
Immerso nella bellezza
Algeri ha molto da offrire: il suo parco alla francese, la funivia che sale verso il Monumento ai Martiri, una forma astratta, quasi un’iperbole di cemento, pronta a un allunaggio immaginario.

Passeggiare in questa piccola Parigi del Mediterraneo e poi spingersi fino a Tipasa, dove il mausoleo di Giuba II e Cleopatra Selene sorge all’improvviso su un’altura, come un abbraccio indissolubile tra un re e sua moglie. Una forma concentrica, misteriosa, che sembra custodire un segreto destinato a non essere mai svelato.

E poi Cherchell, un paese nato senza un vero piano, quasi alla rinfusa. I negozi sembrano vendere sempre le stesse cose, eppure hanno un retrogusto d’impero. Il museo romano è sorprendentemente ben conservato: mosaici, statue, frammenti che raccontano non una dominazione, ma un’assimilazione lenta, profonda, mediterranea.

Avrei tanto da dire. E anche tanta rabbia. Vorrei parlare con ogni singolo cittadino per capire il dolore dei bambini saharawi nei campi di Tindouf, il movimento Hirak, il cosiddetto “decennio nero”, una guerra civile che si è protratta quasi fino a ieri, mentre l’Occidente osservava in silenzio.
Mi manca, e mi mancherà, l’Algeria. Ghardaïa è il motivo per cui un giorno mi spingerò fino al Mali. Questo viaggio non è stato un viaggio: è un mondo che continua a muoversi dentro me.

