Acquasparta, l’aristocrazia dei codici

Acquasparta ha risvegliato una cellula dormiente. Ha chiuso la mia vita urbana, che negli ultimi tempi mi sembrava solo una gabbia di condizionamenti. Cercavo di riallacciarmi a un’esistenza che ancora mi affascina, ma che non sentivo più mia.
Del giudizio degli uomini non mi importa: sento molto di più il peso della storia, e quella vena poetico‑mitica che mi accompagna fin da ragazzo.
Mi sembrava di non avere più nulla da dire alle persone, di ripetere gli stessi racconti cambiando solo la salsa. Le parole, spesso, sono frecce frettolose scagliate al vento; nei manoscritti, e soprattutto nei codici, ho cercato una profondità lenta e personale.
Il nome è già un progetto del paese:Acquasparta, il luogo che divide con le acque. Da una parte quelle più calcaree di San Gemini, buone per i bambini; dall’altra parte quelle dell’Amerino, più note al D’annunzio per sgretolare i calcoli renali.
Un borgo non “umbro”

Sotto palazzo Cesi mi aspettano le Ambasciatrici della Pro Loco: Cinzia Pasquinelli, presidente, e Antonietta Mechelli, a cui si aggiungerà l’iperattivo Sindaco Giovanni Montani.
L’appellativo è giusto: sono degne rappresentanti del paese e, a turno, accompagnano visitatori, turisti o semplici curiosi.
Le due simpatiche guide sono un fiume in piena, e spesso mi è difficile arginare il flusso delle informazioni. Il borgo ha un “odore” diverso: anche qui San Francesco ha lasciato il suo segno, ma la scienza e i codici sembrano aver soppiantato la “santità” umbra.
Anche l’urbanistica cambia volto: un’ampia arteria e il Palazzo Cesi hanno un gusto rinascimentale che contrasta con la cinta muraria medievale. Il risultato è che mi sento quasi catapultato in un centro storico toscano.
Decodificare Acquasparta

E nei codici di Acquasparta c’è tutto un sistema aristotelico che rende la mia visita ancora più intensa. Dal simbolo dei sei cerchi, il fiore della vita, dedicato all’armonia, fino ai discorsi epistolari tra Galileo Galilei, che qui fu un ospite illustre e il suo interlocutore più importante, Federico II Cesi e fondatore dell’Accademia dei Lincei.
Proprio lui, fin dalla tenera età, indirizzò la sua vita alla scienza, nonostante il rifiuto dell’aristocratico padre. Per confondere la sua presenza e quella di altri studiosi talentuosi, la sua cerchia si inventò un alfabeto, chiamato il “Codice Linceo”, poi riportato lungo la pavimentazione di Piazza Cesi: il cotto interrotto da raggi di sole e pianeti. Per decifrarlo bisognava leggerlo da destra verso sinistra, e nella piazza solo così rivelava il motto della loro accademia.
Il sindaco ci tiene a mostrarmi il fiore all’occhiello della sua città: Palazzo Cesi. Ha quella sana ambizione che mi piace, e i sorrisi che i cittadini gli rivolgono sembrano gesti di affetto sincero, non di ruffianeria.
L’interno del Palazzo è ben mantenuto, ed è proprio qui che Federico II Cesi e la sua “cricca”, insieme a Galileo, assemblarono il primo telescopio e il primo microscopio, usato per ingrandire le api, che qui svolgono un ruolo fondamentale, poiché il miele del paese è considerato tra i più buoni al mondo.
Portaria, la “Pizza sotto lu fucu” e la rosa Macerino

Arrivo a Portaria insieme al sindaco, che ci tiene a farmi assaggiare un piatto tipico provinciale: la “Pizza sott’ lu fucu”, nel rinomato ristorante Sorelle Pesciaioli– Gambero Rosso. Una sorta di spianata cotta direttamente sul piano infuocato del camino e poi ricoperta dalla brace.
Portaria è un borgo in ricostruzione, con una balconata meravigliosa, impreziosita dal buon Mariano che mi accompagna, attento ai miei passi tra i gradini sconnessi.

Per arrivare a Macerino, devo fare molta strada. Passeggio con il buon sindaco lungo le rue in pietra rosa, che al tramonto, soprattutto d’estate, si animano come per magia, tingendo di rosa tutto il borgo.

Peccato dover far volare il drone, appuntare notizie storiche, mentre la professoressa mi porta lungo la cinta muraria. Acquasparta, Macerino e Portaria sono simboli di una rinascita dei borghi, luoghi in cui americani e australiani sono cittadini di questo piccolo ma fantastico mondo.
Tre contrade incantate

La sera allunga le sue ombre e nel borgo di Acquasparta prende piede una meravigliosa inquietudine. Le tre contrade, Porta Vecchia, San Cristoforo e Il Ghetto, si incastrano tra loro in un elegante gioco urbano, senza una vera delimitazione.
Infatti a giugno si terrà un’importante manifestazione rievocativa rinascimentale, celebre in tutta la regione.
Nel ghetto ebraico non si avverte traccia dell’ebreo braccato, ma piuttosto la presenza di un gruppo etnico che si intreccia con la comunità locale, e dove la cabala trova la sua massima espressione nel simbolo dei due triangoli, uno maschile e uno femminile, che si intersecano dando vita all’immortalità sotto forma di discendenza.
E poi le battaglie tra ghibellini e guelfi, altri simboli, e quei quadretti in cotto con QR che ricordano cittadini comuni, celebri per il loro carattere.

Il “buco della strega”, per prevedere il tempo, si annerisce come a dire che i vecchi hanno ragione: il tempo ti frega. E fregherebbe anche me, se non lasciassi questo meraviglioso borgo che proprio non vorrei abbandonare, ma quasi tre ore di auto mi aspettano.


