Medellin: una lettera dal passato

Scrivere della mia esperienza a Medellín è più complesso di quanto immaginassi. Ho sempre il timore di cadere nella trappola dei luoghi comuni: la città “colorata”, la vitalità sudamericana raccontata come un cliché da brochure turistica.
Poi c’è la tentazione di azzerare tutto, lungo il cono d’ombra del suo più ingombrante concittadino, Pablo Escobar. Identiche scorciatoie che non rendono giustizia a Medellín.
L’atmosfera gaia e lussureggiante che mi accoglie è un primo filtro, che ho dovuto necessariamente scartare. A me ha richiamato immediatamente Caracas: stessa energia compressa, stesso traffico che pulsa come un organismo autonomo, stessi barrios che si arrampicano sulle colline senza un ordine apparente.
Una megalopoli cresciuta per accumulo, senza un’adeguata pianificazione urbana. Palazzoni che svettano e case addossate, che si aprono su strette strade troppo piccole per contenere l’ingente traffico.
Mentre parlo con il mio tassista, Jason che sarà l’anima pulsante di questo elettrizzante viaggio, osservo Medellín, da qualsiasi prospettiva, sociale ed economica.
Non posso rimanere in superfice, devo scavare a fondo per portare a galla la sua stratificazione umana, fatta di contraddizioni e memorie irrisolte.
La serenità di Pueblito Paisa

C’è un’anima gentile in Medellín, un tipico barrio del Dipartimento di Antioquia, che apre il suo cuore e racconta una Colombia semplice, arcaica e agreste.
Assomiglia a un piccolo borgo marchigiano, quei centri storici che amo tanto raccontare e che sono il metronomo del nostro Paese.
Un luogo attrattivo, pieno di turisti, ma che conserva quella spiritualità delle Ande di cui sono spesso in cerca, dove la furia del condor contrasta con le alture delle sue montagne.
Le case disposte perimetralmente alla bella piazzetta, e dalle molteplici funzioni, non sono tanto lo specchio dell’anima di Medellín quanto la quiete che sento dentro di me quando vivo questi luoghi.
Comuna 13, nuova antropologia sociale

È rinata Comuna 13, probabilmente il barrio più celebre di Medellín. Le sue case, un tempo costruite con mattoni grezzi e lamiere, oggi si trasformano in un caleidoscopio urbano a cielo aperto: i vividi murales che ricoprono le facciate non sono solo decorazione, ma un linguaggio collettivo che “mimetizza” e riscrive tra le vie ciò che prima appariva desolante e pericoloso.
La street art diventa così un dispositivo sociale: racconta la trasformazione del quartiere, restituisce dignità agli abitanti e costruisce una nuova antropologia sociale.
Comuna 13 non è più un “non luogo” da evitare, bensì un laboratorio sperimentale, in cui ogni singolo abitante è parte attiva di una nuova rigenerazione culturale.
Accorcio la distanza ed evito le forti pendenze grazie alle sue scale mobili, e ogni tanto mi volto per osservare dall’alto questa città disordinata ed eccentrica. I trucchi e gli artifici colorati fuori dai bar, la vitalità continua e le moto che “sfrecciano” tra la gente sono il biglietto da visita perfetto di una città che sembra non riposare mai.
Roberto Escobar

Roberto Escobar, fratello di Don Pablo è parte attiva della sua casa‑museo: ogni oggetto, dal telefono alle moto, rimanda immediatamente al narcotrafficante più celebre di tutti i tempi. Il mio vero lasciapassare non sono i 40 dollari dell’ingresso, ma la mia nazionalità: sono l’unico italiano del gruppo. E infatti, fin dal mio arrivo, ogni colombiano mi ha rivolto la stessa domanda: «Come mai l’Italia, dopo quattro Mondiali vinti, non si qualifica più? Cosa vi è successo».
Non so come comportarmi di fronte a quest’uomo dall’aria stanca, invecchiato e acciaccato, segnato da una cecità e una sordità incipienti dopo essere sopravvissuto a un attentato. La televisione, soprattutto grazie alle serie di Netflix, sembra quasi mitizzare figure come la sua, che invece per decenni hanno reso la Colombia un luogo inospitale e attraversato dalla paura.
Il signore si alza e, uno dopo l’altro, i gruppi di visitatori si mettono al suo fianco in posa, sorridenti. Io invece esito: non vorrei farlo, non vorrei dare soddisfazione a un uomo che, direttamente o indirettamente, ha contribuito a tanto dolore e a tanti lutti. La guida mi scatta una foto come agli altri, ma poi a differenza di tutti mi chiede di sedermi accanto all’“Orsetto”, come viene chiamato. Quando scopre la mia provenienza, Roberto Escobar mi porge la mano e, istintivamente, la stringo.
Il ricordo di Pablo Escobar

Dentro la casa‑museo c’è tutto l’immaginario della famiglia Escobar: telefoni, cassepanche dove venivano nascosti i soldi, moto, oggetti quotidiani trasformati in reliquie. E soprattutto fotografie, molte fotografie, in cui riconosco alcuni dei criminali che avevo visto solo nelle serie televisive.
Parlare di Escobar è alquanto complicato: se in Occidente è stato demonizzato, nei barrios molti lo venerano ancora come una sorta di Robin Hood, colui che ha dato a migliaia di persone l’opportunità di una vita più dignitosa grazie alle sue donazioni e alla costruzione di interi quartieri.
Un criminale figlio del suo popolo, nobilitato dalla sua stessa gente per il progetto Medellín sin tugurios.


