Treia, cartoline da luoghi che non gridano

Quando scorriamo i social, ci investono immagini terribili provenienti dalla Palestina. Una terra fuori dal tempo, la cui unica colpa sembra essere quella di voler esistere.
Come sempre, a pagare il prezzo più alto sono gli ultimi. E mentre i benpensanti alzano la voce contro l’”odiata” Israele, pochi ricordano che nello Yemen si combatte da quasi un decennio una guerra dimenticata.
Anche nel Golfo di Hormuz, ci sono bambini che soffrono in silenzio. Ma nella scala del politicamente corretto, il dolore di questa storica comunità araba è declassata a conflitto di serie B.

A Mohammed, un amico yemenita conosciuto durante la mia permanenza in Arabia Saudita, dedico questo reportage. Sono certo che, se avesse camminato al mio fianco, avrebbe percepito anche lui quel velo di sacralità silenziosa — quella che non ha bandiera, ma solo eco.
Treia è un luogo dell’anima, una Mecca della bellezza: una volta entrata nel cuore, è impossibile dimenticarla. Questo borgo non si attraversa come una semplice tappa.
Lo si sfiora con lentezza toccandola con rispetto, come la pietra nera del pellegrinaggio dell’Hajj.
In questo piccolo paese delle Marche, ogni pietra racconta il tempo, e ogni silenzio dice più di mille parole.
Treia la saggia scelta

Sabrina Virgili mi aspetta in piazza e prima di prendere le chiavi di Villa Spada, mi presenta il proprietario della Lube. È un uomo arguto, dai modi schietti e semplici: nonostante il suo impero economico, gira intelligentemente in Panda.
Mi racconta della sua infanzia trascorsa tra scherzi innocenti e prove di coraggio, vissuta nel cuore del centro storico di Treia.
Raggiungiamo Villa Spada, un’antica dimora progettata dal celebre architetto Valadier. I giardini e le essenze aromatiche mi inebriano come per magia. L’edificio è ancora in fase di restauro, ma una volta terminati i lavori diventerà il fulcro vitale del borgo: l’amato sindaco, Franco Capponi, anziché cedere tutto al primo fantamiliardario di turno, desidera restituire l’edificio alla cittadinanza, rendendolo accessibile per eventi, sul modello di Petritoli per i wedding planner o altre iniziative in grado di arricchire le casse comunali.

Il primo cittadino è un uomo illuminato, deciso a consegnare Treia alla storia. Oltre a questo progetto, combatte con determinazione la desertificazione delle aree agricole, non solo curando con solerzia la manutenzione delle strade, ma cercando una connessione economica e semantica tra la campagna e il centro urbano.
Calcione e Disfida del Bracciale di Treia

Ogni borgo che si rispetti ha il suo piatto tipico, un simbolo quasi alchemico e particolarità che si rivelano a poco a poco mentre esploro la mia regione adottiva.
Sabrina mi fa assaggiare un calcione, una sorta di raviolo dolce ripieno di formaggio e limone, cotto nei piccoli forni del paese. Il gusto pungente e il profumo agrumato ridanno vigore al mio cervello, intorpidito dalla stanchezza accumulata durante le lunghe ore di riprese.
Un antipasto perfetto, che però finisco alla fine del mio pranzo, gustato nella suggestiva cornice del ristorante L’Antica Fornace.

Oggi è giornata di giochi: la Disfida del Bracciale di Treia è una sfida antichissima, amata perfino dal sommo poeta Leopardi, e rappresenta un caposaldo della vita cittadina.
Quattro rioni si fronteggiano a colpi di palla, ciascuno con i propri colori e identità:
- Viola per Vallesacco, il quartiere degli artigiani
- Giallo per Onglavina, il rione degli zingari
- Azzurro per Borgo, abitato dai contadini
- Verde per Cassero, il distretto dei nobili
Non è un gioco semplice. Sabrina mi invita a provarlo, ma riesco a malapena a infilare il bracciale di legno. Quando cerco di colpire la palla, il risultato è una figura tutt’altro che gloriosa.
Gli sfidanti, invece, scagliano la palla con potenza verso l’altra metà del campo: mettono così tanto ardore nei colpi che, a volte, la preziosa palla in vera pelle finisce oltre la rete, conquistando la volata, ovvero un punto.
Mi piacerebbe riprovarci a fine gara, e una delle presidenti del gioco mi suggerisce di tornare a inizio agosto, quando anche i turisti potranno cimentarsi nella sfida.
Dubito un po’ della mia forma fisica — nonostante passi la vita tra pesi e corsa — e temo di dover fare i conti con la vera età del mio corpo, soprattutto quando uno dei senatori che ho intervistato mi confida che, per lui, a quarant’anni è arrivata l’ultima sfida.
Le leggi del silenzio

In queste cartoline non c’è pretesa di esaustività, né volontà di spiegare. Solo il desiderio di fermare lo sguardo su ciò che non grida, ma resta.
Le gru che punteggiano il ricco skyline locale non rendono giustizia al paese: sembrano ammonire, quasi incutere timore. Ma questa volta scelgo di vederle come alleate, perché sono convinto che, una volta terminati i lavori, il borgo tornerà a vivere una nuova età dell’oro.
A Treia, il silenzio è una scelta: custodisce la bellezza, la memoria, la lentezza. Le pietre parlano poco e piano, sembrano assomigliare allo stato quiete che sto vivendo.
Nel pieno della maturità, sento di aver lasciato un certo travaglio interiore e nonostante abbia tanta strada da percorre ho poco da dimostrare.

Sana’a è diversa. Sembra di conoscerla nonostante non l’abbia mai visitata. Qui il silenzio è d’obbligo, una condanna imposta dalle bombe, dall’indifferenza e dall’oblio. Eppure, anche lì, tra le torri di fango, i canti del muezzin e le finestre d’alabastro, qualcosa resiste.
Città lontane dalle diverse inquietudini. Entrambi insegnano che esiste una forma di dignità che non ha bisogno di clamore. Che la bellezza può essere un atto di resistenza e la memoria un modo per non arrendersi.
Scrivere di questi luoghi non serve a colmare il mio vuoto, tenta solo di assopirlo.
Un tempo gridavo per affermare la mia esistenza, convinto che chi taceva avesse paura di vivere. Da qualche anno, invece, ho imparato ad ascoltare.




2 risposte
Caro Marco, ho letto il tuo splendido articolo e ti ringrazio per le tue calde emozioni che abbracciano molti dolori. Non leggo questo e altri tuoi articoli una volta sola, per la loro diversità e per il modo in cui collegano semplici eventi nella scrittura con un impatto profondo. Ti ringrazio ancora per le tue meravigliose emozioni che si traducono nelle tue luminose lettere verso una terra senza guerra né perdite.
Caro Mohammed, le tue parole sono arrivate come vento gentile su una giornata turbata. Leggere che i miei pensieri riescono a dialogare con il tuo cuore mi ha commosso. Scrivo per cercare pace, per raccontare il silenzio e l’assenza, ma sapere che qualcuno li legge e li sente — come te — dà senso a ogni frase. Mi piace pensare che le mie lettere siano piccole lanterne accese lungo un cammino condiviso, alla ricerca di quella terra senza guerra né perdite di cui in Arabia Saudita abbiamo parlato.
Ti porto nel viaggio, con gratitudine e affetto.
Marco