Osservazioni dal diario di bordo

Durante la tesi di laurea, i professori ci parlavano della Croazia come di una Cenerentola dal grande futuro: prezzi concorrenziali, un mare cristallino che avrebbe fatto invidia a tutti.
Nel mio cuore da giovane studente, non credevo, che il paese reduce dalla terribile guerra balcanica, potesse reggere il confronto con il nostro blasone mediterraneo.
Eppure ho potuto constatare personalmente che il paese ha raggiunto in pieno la sua vocazione turistica.
Anche la storia remava contro il mio scetticismo.
L’affascinante figura del presidente Franjo Tuđman, il cui ritratto campeggiava nella hall del mio hotel, mi lasciava perplesso. Un uomo dalle radici marxiste, poi convertito al nazionalismo croato, simbolo di una transizione che non riuscivo a decifrare del tutto.

La sua immagine, fiera e solenne, sembrava voler raccontare una grande vittoria contro la Serbia di Slobodan Milošević . Ma dietro quel volto, ho intuito le contraddizioni di un paese che affrontava le sfide del nuovo secolo con il solito orgoglio slavo, ma con ferite ancora non del tutto rimarginate.
Spalato tra bellezza e overturing

Appena arrivato nel centro di Spalato, sono stato travolto da una bellezza che non si lascia definire con un solo aggettivo. Sarebbe riduttivo.
La città vive nel segno del suo figlio minore, l’imperatore Diocleziano, il celebre tetrarca che fece costruire un palazzo fortificato nel cuore del tessuto urbano. Non un monumento isolato, ma un organismo vivo, che pulsa di emozioni e forza.
L’architettura qui è un gioco di incastri e superfetazioni, un dialogo tra fondazioni romane, sostruzioni veneziane, e interventi moderni che si sovrappongono su un corpo antico. È una città nella città, vissuta intensamente durante tutta la stagione, ma anche soffocata da un overtourism snervante, che stride con il turismo lento a cui sono abituato, quello dedito al silenzio, all’ osservazione e all’ascolto.
Ave Cesare

Ed ecco che, come emerso da un sipario di pietra, compare un figurante vestito da Cesare, difeso dai suoi pretoriani.
Ci accoglie con fare imperiale, cercando un’ovazione che inizialmente stenta a partire, il fragore poi prende forza, si amplifica e si fonde all’unisono con il ritmico battito dei pilum sugli scudi dei centurioni.
Una rievocazione storica che mescola folclore e cultura, una piccola “farsa teatrale” regalata appositamente per suggestionare i turisti e che al contempo mi rende orgoglioso di un passato fastoso, che non ha avuto seguito nella attuale società Italica.
Dubrovnik, “Non bene pro toto libertas venditur auero”

La Croazia manca di infrastrutture moderne e di nastri stradali che colleghino rapidamente Spalato a Dubrovnik. Sembra assurdo ma la bellezza risiede in questo limite.
La carreggiata costeggia il mare Adriatico e ogni chilometro mi permette di immergermi in paradisiaci prosceni naturalistici.
La città mostra forza e opulenza: costruzioni con ampie vetrate affacciate sul mare e lussureggianti yacht sono il biglietto da visita di un borgo fortificato che da tempo è tra le mete più gettonate d’Europa.
La vecchia Ragusa ha scritto nelle vene delle sue pietre un motto celebre per la sua sete di libertà: “Non bene pro toto libertas venditur auro” (La libertà non si vende per tutto l’oro del mondo). Ironico, per una città costiera che per secoli ha vissuto di commercio. Questo sentimento oggi sembra un lontano ricordo.

Al posto dei Turchi e dell’esercito serbo-montenegrino, sconfitto dopo l’“Operazione Tempesta“, sono arrivate frotte di turisti che hanno fatto perdere al luogo parte della sua genuinità. Eppure, c’è ancora speranza. La signora @maskeron_dubrovnik_tour_guide, con cui scambio qualche battuta su Instagram, mi sprona a raccontare Dubrovnik senza astrusi filtri digitali.
Lo faccio con forza, ma anche con quella sensibilità artistica che spesso si prende gioco di me. Mi isolo dal contesto e mi ritrovo mentalmente solo; così, lontano dalla massa, riesco finalmente ad emozionarmi quando tocco le vivide pietre che narrano storie eroiche di resistenza. Gli architetti italiani, attraverso i secoli, hanno definito confini, progettato innumerevoli edifici e anche qui, il maestro Andrea Pozzo ha calcato la mano, lasciandoci la Chiesa di Sant’Ignazio.
Italia e Croazia frontiste da un unico destino

La Croazia ha molte somiglianze con il Bel Paese. Stesse virtù, ma anche stesse pecche. Frontiste adriatiche con destini paralleli.
Entrambe hanno puntato sul turismo e sui servizi: una bolla che, nel breve e medio periodo, potrebbe sgonfiarsi — come è accaduto quest’estate, a causa del caro vita lungo le nostre coste.
Vivere di turismo è legittimo, ma nella parcellizzazione del PIL questo resta solo un piccolo comparto. Voler tutto e subito rischia di generare un adattamento passivo, mentre servirebbe una strategia economica reattiva, costruita con una visione a lungo termine, non vincolata alle stagioni, ai flussi esterni o agli investitori stranieri.
Mi è parso che, nei due Paesi visitati, ci sia una gentrificazione accelerata che ha spinto all’esterno i residenti, senza investire sulle bellezze interne e sul turismo consapevole e lento.
Se la stupenda Croazia, grazie all’ingresso nell’UE e all’accesso ai fondi europei, investisse in infrastrutture pubbliche con il risultato di garantire servizi stabili e rapidi e sviluppasse un settore tecnologico competitivo, diverrebbe ancora più concorrenziale.
Fidatevi di uno che usa tecnologia cinese, software americani, e l’unica cosa italiana che gli è rimasta è il passaporto… per ora.



